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CULTURA – La tomba e il culto di Sant’Antioco – Ignazio Marceddu

1 Giugno 2005

CULTURA

IGNAZIO MARCEDDU
LA TOMBA E IL CULTO DI SANT’ANTIOCO

La fondazione dell’antica città Sulci o Sulki, risale certamente a tempi remoti, che però non tratteremo in questo articolo, è certo che durante l’impero di Cesare fosse il più importante e prosperoso centro dell’Isola, questo per via del titolo di “municipio romano”.
Ed è proprio sotto l’impero romano, verso il III° secolo, che si inserisce la storia di Sant’Antioco Martire.
Nonostante manchi il suo nominativo dal Martirologio Geronimiano, troviamo tracce di una testimonianza relativa al suo culto in una epigrafe incisa sul marmo.
In essa si legge:

Aula micat ubi corpus beati s (an)c(t)i
Anthioci quiebat in gloria
Virtutis opus reparante ministro
Pontificis Xr (ist)i sic decet esse donum
Quam Petrus antistes cultus splendo
re nobabit marmoribus titulus
nobilitate fidei dicatum D XIII K Febru

In questa scritta viene menzionato il decoroso restauro della tomba e forse alcuni parti della Basilica ad opera di un vescovo Pietro Pintor tra il 1122 e il 1129, periodo in cui il il prelato era vescovo di questa diocesi.
La scritta dirada ogni dubbio circa la locazione in cui era situata: essa faceva parte della tomba di Sant’Antioco.
In merito possediamo un’ulteriore testimonianza di un manoscritto del XVI° secolo conservato nella Biblioteca Comunale di Cagliari, e attribuito ad un certo Monserrat Rossellò, in cui viene trascritta l’epigrafe citata.
Questo manoscritto precede sicuramente l’inventio del corpo del santo anche se l’epigrafe era ben conosciuta dalla locale comunità cristiana prima dell’inventio del 18 marzo del 1615. Ed è in questo clima barocco, attratto dalla ricerca della memoria dei santi a spingere l’autore (ignoto) verso una stesura di una Passio e di un Ufficio per la celebrazione liturgica.
La narrazione e il conseguente Ufficio sono contenuti in un manoscritto iglesiente del 1621, è il periodo in cui il vescovo di Cagliari, Francisco D’Esquivel, riscoprendo l’importanza del martire,fece oggetto di grandi onori le reliquie di Antioco trasferendole successivamente a Iglesias.Questa la stesura finora pervenutaci della Passio, e sarà la parte di cui ci occuperemo, in maniera specifica della sua struttura.
Essa presenta alcuni confusioni, attribuibili all’autore della stesura, poiché a tratti sembra confondere la figura di Antioco sulcitano con la figura del martire Antioco Sebaste, che subì la decapitazione sotto l’imperatore Adriano. Nonostante l’autore della Passio inserisca la figura del giovane medico Antioco nel contesto sardo (nascita ect..), egli sembra non rendersi conto successivamente che nella stesura della inventio delle difficoltà geografiche nel collocare la presenza del martire in Mauritania, presso i Galati e la Capacoccia. Dopo aver trascritto le fasi salienti e i miracoli avvenuti durante il processo, l’autore della Passio inserisce il giudizio (piuttosto sbrigativo) nel condannare all’esilio nell’Isola di Sulci il medico Antioco. Anche in questo punto si notano delle costruzioni tese a rafforzare lo zelo di santità di Antioco.
Infatti l’esilio non sembra fermare la testimonianza evangelica del martire, anzi la sua attività di evangelizzazione, paragonata ai profeti Elia, Eliseo e il Giovanni Battista, con forte accentuazione di vita eremitica, serviranno all’autore per la stesura della parte finale della Passio. Il perdurare dell’evangelizzazione da parte di Antioco susciterà l’odio delle autorità romane (principes) che abitavano a Cagliari, che invieranno a Sulci delle milizie con l’ordine di far desistere Antioco dal suo apostolato. Questo passaggio è a mio avviso di fondamentale importanza per una esatta cronologia della Passio di Antioco, poiché l’autore mostra di avere una scarna conoscenza della redazione originale della passione del Martire.
L’invito rivolto dai militi romani, attraverso l’epiteto:

“principes invictissimorum imperatorum et pontificies templorum cognoscentes te chistianum fore, miserunt nos ad te, ut adducamus te ad eos”

sembra più attribuibile ai tetrarchi (autori di provvedimenti legislativi anticristiani), che agli imperatori romani del III° secolo. Lo stesso martirio viene esposto in una silenziosa risposta di Antioco ai militi romani, che raccogliendosi in preghiera si addormentò nel Signore.
La confusione dei ruoli tra tetrarchi e imperatori sembra rafforzare l’ipotesi che Antioco vada annoverato tra i martiri della feroce persecuzione scatenata da Diocleziano.
La tipologia del martirio, nella forma che ci è stata tramandata, risente di una inventio in ambito ai monaci vittoriani, che si occuparono della stesura adattata ad una precedente tipologia bizantina, in cui il parallelo per Antioco sulcitano era facilmente individuabile nell’Antioco di Sebaste, tramandato nei Menei e Sinassari greci, ove è facile far emergere un modello anacoretico. Tralascio le diatribe fatte da alcuni autori circa la reale identificazione dell’aula restaurata dal vescovo Pietro, credo che questa si identifichi con lo stesso ambiente dell’ipogeo, definito col termine di catacombe, in cui subì il martirio Antioco. La stessa cripta fin dal IV° secolo attesta attorno alla tomba del martire l’uso funerario della locale comunità cristiana, in seguito ampliata per motivi liturgici.

- IGNAZIO MARCEDDU -

Riferimenti: SITO IGNAZIO MARCEDDU

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