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Archivio 4 Luglio 2005

CULTURA – Le influenze artistiche nella Basilica di Sant’Antioco

4 Luglio 2005 Commenti chiusi

CULTURA

IGNAZIO MARCEDDU

LE INFLUENZE ARTISTICHE NELLA BASILICA DI SANT’ANTIOCO
I frammenti del corredo scultoreo

Attraverso i reperti d’arredo scultoreo di Sant’Antioco, è possibile un’adeguata definizione stilistica e cronologica del santuario suscitano. Di questa varia documentazione sono conosciute soprattutto l’iscrizione del vescovo Pietro Pintor (di cui abbiamo già parlato nei precedenti articoli), asportata nel 1617, l’epigrafe greca di Torcotorio, Salusio, e Nispella, la cui traduzione risale al 1860, ed infine di un frammento scultoreo di una figura di pifferaio.
Occorre anzitutto dire che si ha notizia di gran parte di questi frammenti scultorei murati nella cripta solo nel 1892, un’altra parte venne alla luce con gli scavi della pavimentazione della basilica nel 1966. Il loro numero attuale è di circa 50 pezzi, ma potrebbero essere molti di più, una dozzina di essi è in relazione all’arredo presbiteriale, di tre si ignora l’ubicazione, infine altri otto sono conservati nella casa parrocchiale. Rimangono pressoché misteriose le citazioni dei pezzi provenienti dalla collezione Biggio, indubbiamente la basilica ha avuto nei secoli trascorsi scarsa attenzione, per cui è probabile che questi pezzi rari siano stati asportati e poi venduti, è la stessa sorte toccata ad alcune tombe violate nelle catacombe.
La nostra terra in fatto di archeologia vive di questi rimpianti. Tratteremo dunque dell’epigrafe greca e del frammento conosciuto come “del pifferaio”, anche perchè gli altri frammenti sono soprattutto iscrizioni, decorazioni incomplete e dei fregi, che rivestono anch’essi di una certa importanza, ma che questioni di spazio rimanderemo ad ulteriori indagini.
L’epigrafe greca: è composta da un marmo bianco, abraso in più punti e completo solo all’estremità conclusa da foglia dedera.
Attualmente è poggiato sul sarcofago-altare della cripta. E’ un’epigrafe dedicatoria, nella quale vengono celebrati il protospatario Torcotorio, l’arconte Salusio e Nispella, regnanti a Cagliari fra la seconda metà del X° e agli inizi del XI° secolo. Nispella si identifica con Sinispella, moglie del regio protospatario Tarcotorio, l’arconte Salusio sarebbe per alcuni studiosi il figlio o il successore di quest’ultimo. E’ da tener presente l’importanza dell’iscrizione, poiché la lettura stilistica del fregio alla base dell’iscrizione non contrasta con la datazione dell’epigrafe, in quanto l’ornato romano a gusci è imitato senza sostanziali modifiche in età medioevale. Il frammento in questione riveste enorme importanta per il rilievo storico di città di Sant’Antioco.
In relazione a questa epigrafe è il frammento “del pifferaio”, la sua cornice benché danneggiata è liscia e aggettante. Nell’angolo sinistro si può osservare un elemento a trifoglio con margini lobati e le superfici accuratamente solcate e trapanate. Sul fondo liscio è scolpita a metà una figura maschile che indossa una veste con scollatura quadrata, segnata da un cordoncino sotto cui è riconoscibile una decorazione a perline. Alla spalla sinistra è appesa una bisaccia controbilanciata dalla fiaschetta che ricade all’indietro. Questa è rotonda e schiacciata, con un collo corto e largo (tipica dell’arte greco-romana). La decorazione è data da un disco interno, dalla cui trapanatura centrale partono otto raggi, interrotti da un cordoncino anulare. Un secondo cordoncino, corre lungo il bordo esterno dell’oggetto, arricchita da strani motivi a spirale. I due polsini delle maniche sono decorate a perline, e le mani stringono uno strumento musicale a fiato. Nella parte della testa si può notare un’orecchia e la capigliatura riccioluta. Il volto è barbuto. L’elemento a trifoglio ricorda una foglia d’acanto tardo romana, i cui margini sfrangiati vennero scomposti in singole parti che nel periodo bizantino assunsero conformazione e valore autonomo. La stessa fiasca ricorda simili recipienti in uso nell’età romano-imperiale, la stessa doppia tibia da analoghi strumenti dell’antichità classica, alcune parti degli indumenti risentono degli influssi artistici del periodo medioevale con sfumature bizantine, carolingia e longobarde. Lo stesso strumento trova analoghi riscontri nell’iconografia bizantina. La capigliatura ricorda alcune stili carolingi, reperibili in alcune sculture conservate al Museo di Capua.

IGNAZIO MARCEDDU
Riferimenti: SITO PERSONALE DI IGNAZIO MARCEDDU

ITINERARI – Santadi, viaggio nella storia

4 Luglio 2005 1 commento


ITINERARI

- da L’UNIONE SARDA ESTATE di oggi -

Nei monti del Sulcis, tra i boschi di lecci e lentisco popolati da cervi e cinghiali
SANTADI, VIAGGIO NELLA STORIA
Domus de janas e musei della vita contadina

Non solo spiagge bianche e acque cristalline. Per chi vuole tuffarsi in una vacanza alternativa, diversa dall’abusato refrain sole e mare e immergersi in un territorio ancora incontaminato e ricco di fascino e di sapori genuini, c’è un gioiello verde incastonato tra i monti del Sulcis pronto a essere scoperto. È Santadi, con i suoi monti ricchi di lecci e lentisco e popolati da cervi e cinghiali, con le sue colline assolate, patria del Carignano del Sulcis, e con i suoi piatti tipici ricchi di sapore e in grado di conquistare anche i palati più esigenti. Una tappa a Santadi, nel cuore del Basso Sulcis, è come un viaggio nella tradizione e nella natura ancora selvaggia e incontaminata. Una boccata d’ossigeno, insomma, in uno dei polmoni verdi più estesi della Sardegna e ad appena un quarto d’ora dalle più belle spiagge di Teulada e di Sant’Anna Arresi.

Come arrivare
Raggiungere l’antica Sant’Agata de Zulches, così secondo alcuni era chiamato Santadi, non è un’impresa. Come per quasi tutti i centri del Sulcis, le strade un po’ tortuose non agevolano i collegamenti. Ma, lasciata Cagliari, dopo aver percorso un tratto della statale 131, della 130 e, dopo aver svoltato al bivio per Siliqua, per la statale 293 per Nuxis, si arriva a destinazione dopo un tragitto di una sessantina di chilometri.

La storia
La presenza dell’uomo nel territorio di Santadi è documentata sin dalla preistoria. Antichi ripari nella roccia, grotte utilizzate come luogo di culto o dimora per l’aldilà. Luoghi abitati sin dall’epoca nuragica e a testimoniarlo anche ritrovamenti praticamente unici in tutta la Sardegna, come i tre piccoli idoli della Dea Madre in osso, oggi esposti nel museo archeologico di Cagliari. Oppure come la grotta di Su Benatzu, cavità utilizzata come luogo di culto e in cui vennero scoperti migliaia di vasi in ceramica. Per non parlare di altre prove della millenaria storia di Santadi rinvenute tra i resti della fortezza di Pani Loriga, esempio di passaggio dal periodo nuragico (caratterizzato da numerose domus de janas) a quello fenicio e punico della cittadella fortificata o in quelli della tomba dei giganti di Barrancu Mannu.

Il territorio
Niente mare per chi ha scelto Santadi per un salto nel Basso Sulcis. Monti (su tutti svetta il monte Tiriccu, 1104 metri d’altezza) e colline, interrotti da ampie vallate o stretti canaloni, costituiscono quasi una costante nel paesaggio del territorio di Santadi. Il verde, anche se non quello delle acque color smeraldo della costa di Teulada o di Porto Pino, è comunque assicurato. Su oltre cento chilometri quadrati di territorio, infatti, Santadi può contarne una cinquantina coperti da un fitto bosco di lecci, filliree, sughere, ginepri e reso ancora più folto da un impenetrabile sottobosco di corbezzoli, lentischi, eriche, cisti, mirti, agrifogli e altre essenze tipiche della macchia mediterranea. Una terra ancora selvaggia, incontaminata dove è ancora possibile ammirare esemplari di cervo sardo, daini, cinghiali e molte varietà di rapaci.

Da visitare
Per un viaggio tra la natura e la storia di Santadi è d’obbligo una tappa a Pantaleo, base di partenza per un’escursione tra i monti e prossimo a diventare il Parco del Sulcis, che custodiscono ancora testimonianze del passato, e uno dei boschi di leccio tra i più estesi dell’Isola. Per chi invece vuole compiere una full immersion nella storia o nelle tradizioni delle antiche genti del Sulcis una sosta al Museo archeologico (0781/955955) o a quello etnografico “Sa domu antiga” (dove sono esposti oggetti e attrezzi da lavoro usati in passato dai pastori e dai contadini). Da non perdere poi una visita alle grotte di Is Zuddas (per le visite rivolgersi alla cooperativa Monte Meana). Per chi ama il turismo e le escursioni speleologiche (naturalmente se esperti) da consigliare la grotta del Campanaccio e la grotta della Capra. Nella prima domenica di agosto, poi, da non perdere il tradizionale rito de “Sa coia maurreddina”, lo sposalizio mauritano in costume tipico, espressione della più pura tradizione contadina e pastorale del Sulcis. Per un itinerario all’insegna dei sapori, invece, da non trascurare la Cantina sociale e il caseificio sociale di Santadi.

Mangiare e dormire
Alla ricerca ancora di una posizione nel variegato mondo delle vacanze, Santadi non offre alberghi. Un’assenza però compensata dagli agriturismo La grotta del tesoro e Barra e da una decina di bed and breakfast pronti a offrire letto e colazione a turisti in vacanza a Santadi e nel resto del territorio. Per assaporare i menu tipici invece basta rivolgersi ai ristoranti Le grotte, L’altro ristorante di Is Zuddas, la Trattoria di Is Zuddas (tutti nei pressi dell’omonima località) e il ristorante Su Cuccumeu a Pantaleo. Luoghi in cui è possibile gustare i sapori più genuini della cucina tipica del Basso Sulcis arricchiti da carni di cinghiale e di capretto e, da qualche tempo, insaporite anche con il tartufo nero del Sulcis.

[ Maurizio Locci - da L'UNIONE SARDA ESTATE del 4 Luglio 2005 ]

Riferimenti: L’UNIONE SARDA

Gli Articoli di Oggi

4 Luglio 2005 Commenti chiusi

ARTICOLI

- da L’UNIONE SARDA di oggi -

SANT’ANTIOCO – Una vita tra le barche di legno. I suoi gozzi navigano ancora
SPORT – VELA – CARLOFORTE. Vela latina, Aixia conquista il titolo italiano per la seconda volta consecutiva

SANT’ANTIOCO
Mestieri. Si racconta il più anziano maestro d’ascia di Sant’Antioco
UNA VITA TRA LE BARCHE DI LEGNO. I SUOI GOZZI NAVIGANO ANCORA
Giulio Balia: «Oggi c’è il computer, ma questa è un’arte che s’impara in cantiere»

Quando ha iniziato a costruire barche aveva le mani di un bambino, poi la passione è diventata un lavoro che l’ha accompagnato per tutta la vita. Giulio Balia, 78 anni, è uno dei più anziani maestri d’ascia della Sardegna: enciclopedia vivente di un’arte che può fare a meno del computer perché si basa solo sulla conoscenza e sulla manualità. Attestato di benemerenza del Ministero della marina mercantile, iscritto nell’albo d’onore dei maestri d’ascia, Giulio Balia racconta la sua storia senza enfasi, con la voce misurata di chi ha sempre lavorato e vissuto coi piedi per terra. Il suo cantiere di Sant’Antioco ha creato tantissimi pescherecci, chiatte, gozzi e barche a vela di tutte le dimensioni. «Io stesso ho perso il conto», racconta l’anziano maestro, oggi in pensione, le cui creature navigano ancora per i mari della Sardegna. Come Doriana, un peschereccio che ha costruito negli anni Cinquanta e che l’altro giorno ha portato a terra duecento chili di pesce spada. Le sue barche sono un capolavoro di precisione. La costruzione inizia con un modellino in scala, poi le misure di ogni pezzo vengono riportate a dimensione reale: il legno inizia a prendere forma sotto le carezze della pialla e i colpi delicati dello scalpello, fino a diventare lo scheletro dello scafo. Mogano, quercia, pino marittimo, irocco: dal legno grezzo nasce la barca come una scultura. Oggi il cantiere è passato ai suoi due figli: Nazzareno di 43 anni e Antonio di 38, ma il metodo non cambia. Nell’officina, sul lungomare di Sant’Antioco, non c’è mai stato e mai ci sarà un computer: i progetti sono sempre gli stessi e vengono migliorati di anno in anno. Nessun archivio: le informazioni si tengono a mente e si trasferiscono alle generazioni. «Creare una barca significa costruirla pezzo per pezzo con grande pazienza e precisione», spiega l’anziano maestro, «è un lavoro che impegna quasi tutto il tempo, ma che ho fatto con serenità e mi ha sempre dato soddisfazione. Ancora oggi sono felice se penso che le mie prime due barche navigano ancora. Una si trova a porto Botte, l’altra a Torre Grande, ma ce ne sono sparse un pò in tutta l’isola, da Cagliari a Villasimius fino alla Costa Smeralda».
Era il 1948 quando Balia ha aperto il primo cantiere a Sant’Antioco, ma ha imparato il mestiere molto prima lavorando a fianco del padre, commerciante di pesce. «Ho iniziato dopo lo sfollamento, per passione e per bisogno. Come primo lavoro ho fatto l’operaio in un cantiere di Cagliari che doveva realizzare un veliero. Cercavano maestri d’ascia a Sant’Antioco. Ci ho lavorato sei mesi, assieme a due maestri d’ascia di Carloforte. Poi mi sono messo in proprio».
Pian piano ha conquistato la fiducia dei pescatori del paese, che hanno iniziato a commissionargli barche. Ne ha prodotto due al mese per quarantasette anni e ancora oggi segue i lavori del cantiere (costruzione, ma anche manutenzione e allestimento), ma non ci lavora più perché è in pensione dal 1995. «Ci torno spesso, non riesco a vivere lontano delle barche».
La sua più grande soddisfazione? Avere venduto barche a Carloforte, un mercato che, almeno un tempo, era considerato molto esigente, ma che sapeva premiare la qualità. Nel 1951 ha preso la patente di maestro d’ascia, mentre nel 1986 il suo nome è stato iscritto nell’albo d’onore riservato a pochi artigiani del mestiere. Sei anni fa la consegna di un attestato del Ministero con cerimonia ufficiale della Capitaneria di porto. Le sue conoscenze sono state premiate e lui le ha trasferite ai figli che continuano l’attività, nonostante il mercato si fortemente ridotto. Giulio Balia lo ammette a denti stretti, ma ancora oggi dà qualche consiglio ai figli che, a suo dire, sono comunque «bravissimi». Il più giovane, Antonio, conferma la passione per il mestiere, ma per i suoi figli vorrebbero un futuro diverso. «È un lavoro duro che ci impegna dalle sette del mattino alle otto di sera fino al sabato. Certo ci piacerebbe che l’attività proseguisse, ma magari con i figli laureati che gestiscono il cantiere come dirigenti. Nel frattempo vorremmo continuare a lavorare senza problemi e che il mestiere non venga dimenticato perché oggi, purtroppo, i cantieri dei maestri d’ascia chiudono uno dopo l’altro».
Anche il patriarca è preoccupato per la situazione del mercato, ma è fiducioso e crede ancora nella fabbrica, che comunque lavora a regime. Soffre soltanto quando sa che una sua barca viene demolita. Per i pescatori (i principali clienti) vige una specie di regola della rottamazione: una sola barca per ogni licenza, dice la legge. Così per avere un nuovo peschereccio occorre distruggere il vecchio. Oggi, con le mani ruvide che per una vita hanno forgiato il legno, tira le somme e ammette: «Passano gli anni e mi sono trovato vecchio, ma non ho rimpianti».
[ Nicola Pernotti ]

CARLOFORTE
Successi anche per Carlinc e per Ruggero II
VELA LATINA, AIXIA CONQUISTA IL TITOLO ITALIANO PER LA SECONDA VOLTA CONSECUTIVA

Per la seconda volta consecutiva, Aixia è campione italiano di vela latina. Ma, a differenza dell’anno scorso, quando era stato assegnato un solo titolo, questa volta altre due imbarcazioni sono state vestite di tricolore dall’Aivel: Carlinc e Ruggero II. Questo il verdetto del secondo campionato nazionale, che ha tagliato il traguardo ieri a Carloforte dopo tre giorni di regata. Due in verità, visto che il primo era stato annullato per l’eccessiva intensità del maestrale. Il giorno dopo il vento si è placato, permettendo la disputa delle prime due regate. Ieri il programma si è completato: lo svolgimento di altre due prove ha permesso di raggiungere il massimo di manche (e di divertimento) previsto. Inizialmente d’intensità media, il maestrale è calato nel corso della giornata, complicando la vita agli equipaggi di coda. Per gli altri, sono state regate tutte in discesa, che hanno riservato poche sorprese rispetto alla giornata inaugurale. Chi aveva conquistato piazzamenti di prestigio, si è ripetuto. Ma non sono mancati i testa a testa fra i velieri e i gozzi, gli incroci ravvicinati alle boe, tanto numerosi da testimoniare il sempre più alto livello di una flotta che cresce in qualità e agonismo. Un condimento indispensabile, anche se le barche hanno più di cent’anni, che spesso non si esaurisce in mare. Ma prosegue a terra con le proteste, le discussioni e le chiacchiere tra equipaggi, che rendono il mondo della vela latina ogni regata più vivace. Senza mai tralasciare la sportività, scrosciante negli applausi della premiazione sulla banchina Mamma Mahon, che ha ospitato il villaggio regate e le stesse imbarcazioni. La lancia carlofortina Aixia, di Nino Granara con al timone Giampaolo Serventi, ha vinto il titolo nel gruppo A (lance e lancette) e anticipato, nella sua divisione, Isola Rossa e Altair. Sempre Aixia ha fatto incetta di altre coppe, come il trofeo Isola di San Pietro e il trofeo Borghero, donato da un emigrante argentino che a sua volta l’aveva conquistato negli anni ’70. Tra i gozzi l’algherese Carlinc, campione italiano per gruppo B (composto da gozzi e guzzette insieme), si è imposto su Quinto da masche e Luigi Padre. Nella singola divisione guzzette, Liberata ha preceduto Luisella e Santana. Fra le lancette, la calasettana Shardana ha vinto il duello con la carlofortina Aurora. Nel testa a testa fra le ammiraglie della flotta, il veliero carlofortino Ruggero II ha prevalso su Miriella di La Maddalena, tanto nella vittoria di classe quanto nella corsa al titolo italiano per il gruppo C.
[ Clara Mulas ]

- articoli tratti da L’UNIONE SARDA del 4 Luglio 2005 -

GLI APPUNTAMENTI DI OGGI

SANT’ANTIOCO – CINEMA IN LAGUNA – Le Crociate – ore 21.45 – Campo Esterno Palasport – VAI ALLA RECENSIONE

SONDAGGIO DELLA GAZZETTANTIOCHENSE
Siete d’accordo con la proposta per il dimezzamento degli stipendi agli onorevoli sardi ?

- Sì, sono d’accordo
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- Non so

Rispondete inviando una messaggio alla nostra mail
gazzettantiochense@tiscali.it

Riferimenti: L’UNIONE SARDA