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CULTURA – L’ insediamento fenicio a Sulci

5 Luglio 2005


CULTURA

IGNAZIO MARCEDDU

L’INSEDIAMENTO FENICIO A SULCI

Nel 750 a.C. la presenza fenicia in Sardegna assume tipologia caratteristiche di insediamento coloniale, e Sant’Antioco ne è l’immagine più concreta e meglio documentata dell’Isola.
Di quel periodo storico troviamo reperibili sia un santuario che le sedi commerciali. Gli impianti rinvenuti a Sant’Antioco sono visibili nell’area centrale della città (via Gialeto, D’Azeglio, l’asilo comunale, l’Ospizio cittadino), ma anche negli altri lati del tessuto urbano.
Nel sottostante settore del periodo romano (I° secolo), si conservano ruderi di un antico insediamento fenicio composto da una serie di ambienti rettangolari e quadrangolari coperti, e da un certo numero di cortili edificati secondo uno schema ortogonale replicato. Gli edifici sono in muratura (pietra coesa con argilla e malto di fango), mentre in pavimenti erano costituiti da terra pressata con argilla e tritume di tufo.
Il settore più organico dei moduli fenici si trova nell’area dell’Ospizio, si tratta di vari ambienti attrezzati da silos e da cisterne d’acqua, questa tipologia di schemi domestici sono reperibili nelle colonie fenicie rinvenute in Spagna, solo che a Sant’Antioco i resti testimoniano una fase più evoluta: infatti la città di Sulci era perfettamente organizzata sia sul piano urbanististico che sul piano commerciale e cultuale.
Il santuario-tophet (sulla collina di Sa Guardia Is Pingiadas) risalgono al 750 a. C.
Le ricerche stratigrafiche condotte nei vari punti dell’abitato cittadino, hanno messo in evidenza che le antiche strutture fenicie avevano messo radici su altri preesistenti insediamenti indigeni (probabilmente nuragici). Questo porta a ritenere che tra la popolazione nuragica e quella fenicia ci fosse inizialmente un buon rapporto di convivenza, in seguito degenerato per motivi a noi sconosciuti, ma facilmente intuibili per via della nuove situazioni culturali importate dai fenici, specialmente a livello cultuale.
Un’altra testimonianza cronologica ci viene offerta dalla numerose classi di ceramiche rinvenute durante gli scavi, molte di esse sono di fattura greca, e probabilmente proveniente dall’emporio di Pitecusa, fondata dagli Eubei sulla costa napoletana. Questo punto rinforza maggiormente i dati storici acquisiti circa la collaborazione commerciale tra greci e fenici, i due popoli erano piuttosto organizzati in relazione all’export non solo dei tanti prodotti che l’Isola offriva, ma anche all’esportazione dei minerali argentiferi presenti nella zona.
A circa quattrocento metri dall’Acropoli si colloca il tophet fenicio. La denominazione di tophet è di stretta tradizione biblica, una sorta di santuario all’aperto ove i sacerdoti fenici consumavano i loro riti, condannati dal libro del Levitico per alcuni sacrifici umani. Questi riti erano pubblici e i sacerdoti dopo aver scelto alcune famiglie sacrificavano i fanciulli primogeniti al dio Baal. Dopo averli uccisi, i corpicini venivano cremati e le loro ceneri raccolte in appositi urne. Si trattava di un rito propiziatorio per aver in cambio da questa divinità prosperità per la città e i suoi abitanti. Secondo alcuni studiosi i riti avvenivano quando un bambino nasceva già morto, ma Filone offre testimonianze differenti, si trattava di autentici riti crudeli. La visita al tophet di Sant’Antioco segue un percorso obbligato, molte delle urne rinvenute sono state lasciate sul posto di ritrovamento, altre invece sostituite con delle copie, il tutto comunque consente di avere un idea precisa dellaspetto originario. E’ pertanto possibile osservare sia le urne che le stele in una serie di percorsi immersi tra fenditure di roccie, nella parte alta ad ovest è visibile un roccione semilavorato, che da l’impressione si tratti di un altare, probabilmente in relazione al luogo in cui avvenivano i sacrifici cruenti.
Si discute invece sulle varianti delle stele, secondo alcuni archeologi si tratterebbero di divinità scolpite, per altri si tratterebbe di una fase evolute del sacrificio, in pratica le persone scolpite sarebbero le riproduzioni delle vittime, personalmente concordo con la seconda ipotesi, i tempietti in cui sono riprodotti le varie figure non sarebbero altro che una memoria del sacrificio reso a Baal, in cui è intuibile che non si trattasse di bambini nati morti, ma bensì di fanciulli perfettamente sani, ed offerti come primizie in un rito crudele ormai estinto.

IGNAZIO MARCEDDU

Riferimenti: SITO PERSONALE DI IGNAZIO MARCEDDU

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