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On the Magazines

12 Luglio 2005


ON THE MAGAZINES

Un bell’articolo su Sant’Antioco e Carloforte tratto dal sito VIAGGI MAGAZINE.

Sulcis, Sardegna
Le isole di San Pietro e Sant’Antioco
DOVE VOLANO I FALCHI

L’Isola di San Pietro è un posto che suscita simpatia ancor prima di metterci piede. Mentre il traghetto attraversa le poche miglia di mare che la separano dalla Sardegna, ti vedi venire incontro le palme allineate sul lungomare di Carloforte e, dietro, le casette bianche del paese. Appena più in là, le case si perdono nella macchia mediterranea che copre la collina. È un quadretto delizioso dove ogni cosa è al suo posto: mette di buon umore come una commedia di Billy Wilder.

Quello che non si vede dal traghetto ma scopri appena sbarcato sono le scalinate e i carrugi che stanno fra le case. Già, carrugi, alla ligure, come ligure è il dialetto che il panettiere e la cartolaia usano per informarsi sulle rispettive condizioni di salute. Sono più di quattrocento anni che sono partiti da Pegli ma gli abitanti di San Pietro hanno conservato la loro identità molto più tenacemente di quelli che sono rimasti a casa.

I loro antenati erano corallari, mandati dai Lomellini di Pegli, a pescare coralli intorno all’isola di Tabarka, al largo della Tunisia. Era il 1542, e la convivenza con gli arabi non era facile. Ma il corallo era abbondante e c’era di che pagarsi la tranquillità. Centocinquanta anni più tardi, i banchi di coralli cominciavano a esaurirsi, tunisini e algerini esigevano tributi sempre più alti per lasciare in pace gli infedeli. Per giunta, la comunità, dal migliaio di persone che contava in origine, era raddoppiata. Duemila persone su un sasso lungo 600 metri e largo 400, sono veramente troppe. Soprattutto se non puoi più contare sull’arrivo regolare di provviste da terra. Nel frattempo i Savoia avevano ereditato la Sardegna e cercavano qualcuno che andasse a ripopolare le isole del Sulcis, che erano rimaste praticamente disabitate per duecento anni. I tabarkini ne sentono parlare, mandano il vecchio Tagliaferro a verificare che non sia una bufala e il resto, come si dice, è storia.

Per gente che da generazioni non vedeva un solo albero che non fosse quello delle navi, il profumo dei boschi di pini e il verde scuro della macchia di San Pietro doveva essere il Paradiso. C’è poco da stupirsi che abbiano conservato la natura con la stessa cura maniacale che hanno dedicato a preservare la loro identità culturale. In due secoli e mezzo di agricoltura attenta a non rovinare niente, la parte coltivabile dell’isola, quella che guarda verso la Sardegna, è stata trasformata in una specie di grande giardino. Non contenti di quelli che c’erano già, i contadini hannno importato una moltitudine di alberi ad alto fusto, che sono stati piantati ai margini dei campi per dare ombra alle baracche in cui si riposavano nelle pause dal lavoro. Migliora oggi e migliora domani, le baracche sono diventate incantevoli casette di campagna e molti degli abitanti di Carloforte, che ormai si dedicano all’agricoltura solo per hobby, ci passano il fine settimana.

Appena fuori dal paese c’è il grande bacino delle vecchie saline, che attirano una quantità incredibile di uccelli migratori. Ma il vero paradiso dei birdwatcher è sulla costa ovest, dove San Pietro è rimasta quasi come all’epoca in cui i Fenici la battezzarono isola dei Falchi. Da millenni, fra l’estate e l’autunno , sulle rocce di Capo Sandalo, nidifica il falco della regina, uno dei rapaci più rari del Mediterraneo.

Oggi la zona è un’oasi naturalistica gestita dai volontari della Lipu, che hanno organizzato un piccolo centro visite e controllano che i sempre più numerosi visitatori non disturbino i nidi avvicinandosi troppo. Anche per chi riesce a malapena a distinguere un falco da un corvo, è difficile restare indifferenti di fronte allo spettacolo delle loro evoluzioni intorno alle pareti rocciose di Capo Sandalo e della vicina Punta di Capo Rosso.

Per la verità, lungo tutta la costa ovest di San Pietro, scogliere a picco, colonne di roccia che spuntano dal mare, grotte e spiaggette sono uno spettacolo che lascia il segno indipendentemente dai falchi. Avendo tempo, la cosa migliore è fare due volte il giro dell’isola: una in macchina per immergersi nei profumi della macchia e dei boschi di pini d’Aleppo e godersi il colpo d’occhio delle scogliere dall’alto. E poi, l’ideale sarebbe navigare intorno alla costa nella barca di un pescatore, magari nel tardo pomeriggio per vedere al meglio le rocce nella luce calda del sole calante. Ma le emozioni sono assicurate anche con una semplice escursione a bordo di uno dei due motoscafi che in alta stagione fanno varie volte al giorno il periplo dell’isola.

Anche Calasetta, sull’Isola di Sant’Antioco, è nata per ospitare una colonia di liguri tabarkini. Qui però l’identità originaria si è molto più stemperata. In parte perché già pochi anni dopo il loro arrivo, i liguri sono stati raggiunti da un gruppo di coloni piemontesi. In parte perché, al contrario di Carloforte, Calasetta non è l’unico comune dell’isola (che, con i suoi 100 chilometri quadrati, è grande il doppio di quella di San Pietro). Il paese più importante è quello che dà il nome all’isola, ed è abitato da sardi.

Sant’Antioco, per la verità non è nemmeno una vera e propria isola, dato che qualche decennio fa lo stretto canale che la separa dalla Sardegna è stato chiuso da un istmo artificiale. Ma già i Romani avevano provveduto al collegamento con l’isola madre, per mezzo di un ponte di cui si possono ancora vedere i resti. E, anche se l’isola ha molto da offrire dal punto di vista del paesaggio, i resti archeologici, in particolare il Tophet fenicio, sono probabilmente l’attrattiva più interessante di quest’isola, l’antica Sulkis.

Il Tophet sorge alla periferia del paese di Sant’Antioco. Era un cimitero: il cimitero dei bambini nati morti, ma anche di quelli sacrificati alla dea Tanìt e al dio Ba’al. Le ceneri dei neonati venivano riposte nelle urne di terracotta che si vedono posate a terra, mentre gran parte dei reperti più preziosi sono conservati nell’Antiquarium, un museo molto interessante ospitato in un edificio piuttosto brutto. Solo temporaneamente, pare, in attesa che siano completati i lavori del museo che (da vent’anni) è in costruzione accanto agli scavi.

Poco distante dal Tophet c’è la necropoli fenicia, che in origine si estendeva fino all’abitato di Sant’Antioco. Secoli dopo essere state scavate, alcune delle grotte artificiali scavate per le tombe diventarono abitazioni, che restarono in uso fino al secolo scorso. Altre furono usate nei primi secoli del cristianesimo come catacombe e, in seguito, sopra è stata costruita la chiesa di Sant’Antioco. La facciata barocca della chiesa non è entusiasmante, ma l’interno, con le mura di pietra a vista del decimo secolo, è bellissimo.

[ tratta da www.viaggimagazine.it - LUGLIO 2005 ]

Riferimenti: VIAGGI MAGAZINE

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