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Archivio 26 Agosto 2005

STORIE – Tutti i colori di Carloforte

26 Agosto 2005 1 commento


ATTUALITA’ – CULTURA

- tratto da IL MANIFESTO -

STORIE

SAN PIETRO
TUTTI I COLORI DI CARLOFORTE

Da Pegli a Tabarka, all’isola sarda e ancora in Tunisia prigionieri dei «pirati barbareschi», liberi infine. Viaggio e identità di mille pescatori tra epopea e lotta di classe.
[ di LORIS CAMPETTI ]

«Addì 8 settembre 1897 si strinsero nella lega battellieri i mille lavoratori del mare insorti primi in Sardegna contro iniquo sfruttamento. Il popolo li seguì affrontando miseria carcere sacrifizi immensi vittoriosamente. L’associazione generale degli operai erede ed integratrice della lega pose. Carloforte 8 settembre 1907». Queste parole il turista meno frettoloso può leggere scolpite sulla lapide posta sulla facciata del palazzo più importante della cittadina ligure-sardo-tabarkina, nell’isola di San Pietro: la Casa del proletariato. Accanto un’altra lapide, di fattura più recente: «16 novembre 1920 a ricordo Giuseppe Chiappe sedicenne perito durante i lavori di costruzione e di tutti i compagni volontari che hanno collaborato alla vita di quest’opera. Carloforte 1° maggio 1992». La Casa del proletariato non è un museo, un luogo freddo della memoria carlofortina ma un pulzante contenitore di iniziative, commerci, politica, attività sociali. A partire dal teatro a piano terra del palazzo, dedicato al medico socialista Giuseppe Cavallera che, sbarcato nell’isola a fine Ottocento, ebbe un ruolo determinante di traino nell’organizzazione del primo grande sciopero operaio del Regno d’Italia. Uno sciopero determinato, duraturo, che riuscì a strappare, sia pure dopo lunghe peripezie fatte di corsi e ricorsi, migliori condizioni di lavoro e di vita per i battellieri che trasportavano nell’isola i minerali estratti dal sottosuolo del Sulcis. Sciopero vittorioso, come orgogliosamente rivendica la lapide, anche se infine represso nel sangue su ordine del famigerato Fiorenzo Bava Beccaris – «il feroce monarchico Bava» che, dalle parti di Milano, «gli affamati col piombo sfamò».

La fatica dei galanzieri

I battellieri, allora chiamati galanzieri (da galanza, il nome locale della galena), trasportavano su bilancelle a vela latina in media 800 mila quintali di minerale l’anno lavorando ai remi, al carico e allo scarico anche 14-16 ore al giorno. Un primo sciopero contro la diminuzione dei salari imposta dalla compagnia francese Malfidano si verificò nel 1881, ma in questa prova generale del conflitto che sarebbe esploso nel decennio successivo, la protesta fu strumentalizzata da capi e capetti al soldo della locale borghesia massonico-liberale ostile allo strapotere del sindaco Paolo Segni, lunga mano della Malfidano. Le cose andarono diversamente nel 1897 con l’arrivo del rivoluzionario Cavallera, promotore della lega dei battellieri che promosse il grande sciopero. I padroni risposero al solito modo, con il crumiraggio, sostituendo i lavoratori in lotta con un gruppo di battellieri ingaggiati a Calasetta, nella vicina isola di Sant’Antioco, poi con altri lavoratori di Cagliari – secondo le cronache dell’epoca «incapaci di svolgere il duro lavoro della galanza». Lo scontro si fece più duro, intervenne il prefetto alla ricerca di una mediazione ma nel ’99 la lega fu sconfitta alle elezioni da un blocco sociale borghese che tentò di ripristinare le condizioni precedenti lo sciopero. Alla nuova protesta della classe operaia seguirono licenziamenti di massa, la gente carlofortina si divise aprendo così la strada a una più dura repressione: nel 1900 furono arrestati Cavallera e 18 militanti della lega con le accuse di associazione per delinquere, istigazione, truffa, estorsione, danneggiamento, sommersione delle barche. Al processo a Cagliari, un anno dopo fu condannato il solo Cavallera per «eccitamento alla lotta di classe» a sette mesi di galera, già scontati. Così il rivoluzionario poté tornare a Carloforte, accolto dall’entusiasmo degli isolani. Entusiasmo per uno sciopero glorioso che solo formalmente si era risolto in una sconfitta, avendo messo la prima pietra di una straordinaria coscienza di classe i cui frutti continuarono a maturare durante il ventennio fascista e ancor oggi si possono cogliere, non solo in un palazzo e in una lapide alla memoria. Cavallera, finalmente libero, riprenderà di buona lena la sua attività di agitatore sociale e solo un paio di anni dopo lo si ritroverà alla giuda della Lega di resistenza dei minatori di Buggerru che in una domenica di sangue, nel 1903, furono attaccati da due compagnie del 42° fanteria di Cagliari e in tre vennero uccisi. Oggi, al teatro Cavallera musicisti e attori d’opera si esibiscono di fronte al pubblico colto e attento dei carlofortini, disposti anche a portarsi la seggiola pieghevole da casa quando al botteghino si registra il tutto esaurito.

Parlano una lingua strana gli abitanti di quest’isola affascinante, a sud-ovest della Sardegna, posta tra l’isola di Sant’Antioco e la costa del Sulcis-Iglesiente e battuta perennemente dai venti, vuoi di maestrale sulla costa occidentale e rocciosa e vuoi di scirocco sul versante che guarda la Sardegna e Sant’Antioco. Parlano un ligure a tratti puro, più spesso arricchito dalle influenze della vicina Sardegna; e lo stesso dicasi per i tratti somatici della popolazione. La storia travagliata di questa colonia peglina che conta tra le 5 e le 6 mila anime e si muove tra i carrugi dell’unico paese dell’isola, si può raccontare a tavola, una tavola ricca dove domina incontrastata la focaccia genovese – questo è il paese italiano con il più alto numero di forni in proporzione al numero degli abitanti – ma dove trova posto il cascà, un cuscus di verdure diventato familiare negli anni di vita e, in un secondo tempo, di prigionia a Tabarka, in Tunisia verso il confine algerino. Uno dei piatti classici della cucina locale è la pasta alla carlofortina, trofie liguri condite con un sugo di tonno (la ricchezza dell’isola) e pomodoro a cui si aggiunge, prima di servire, un’abbondante cucchiaiata di pesto. Provare per credere. E provare per credere gli infiniti modi in cui viene cucinato e trasformato il tonno, quello pescato tra aprile e maggio con la mattanza che opera tra la Punta e l’isola Piana. Quello, almeno, che non viene acquistato già prima della pesca dai commercianti giapponesi e destinato al ricco mercato di Tokyo. A parte i diversi abitat, il tonno è come il maiale, non si butta niente.

Quando raschiarono il fondo

Perché parlino ligure, i carlofortini, è presto detto essendo storia piuttosto nota. Nel 1541, al seguito dei Lomellini, signori di Pegli, un migliaio di abitanti di peglini si trasferirono a Tabarka dove avviarono una florida attività di pesca del corallo. Per un secolo e mezzo tutto filò liscio finché, a forza di raschiare i fondali, i banchi coralliferi s’impoverirono mentre imperversavano le incursioni dei «pirati barbareschi», come leggiamo nei documenti d’epoca, e mentre i francesi acquisivano il controllo totale della pesca nell’area maghrebina. Fu per queste ragioni che i pegliesi decisero di far le valige e su invito di Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna, all’inizio del Settecento si diressero alla volta dell’isola di San Pietro e fondarono la città di Carloforte in onore del sovrano. Qui il corallo e il tonno non mancavano, non essendo mai passati da quelle parti i pescatori liguri. C’è oggi un’anima sarda di Carloforte che tenta di dimostrare l’origine antichissima dell’isola e raccoglie testimonianze per dimostrare l’esistenza di una civiltà fondata prevalentemente sulla pastorizia, antecedente lo sbarco dei «colonizzatori» peglini. San Pietro subì una prima invasione a opera dei francesi nel 1793 e cioè subito dopo la Rivoluzione e una seconda nella notte tra il 2 e il 3 settembre del 1798, «quando una flottiglia barbaresca composta da cinque orche tunisine, uno sciabecco, due barconi, una polacca e una galeotta, al comando del Rais Mohammed Rumeli, sbarcò sul litorale dell’isola in prossimità di Punta Nera» (da «Cronache inedite o poco note di alcuni fatti avvenuti in seguito all’invasione tunisina sull’isola di San Pietro», a cura degli Amici del Museo di Carloforte). Molti testi e racconti dei prigionieri carlofortini sopravvissuti accreditano la tesi secondo cui a guidare i «barbareschi» sarebbe stato l’amante tradito – meglio, accecato dalla gelosia fino ad accusare ingiustamente la moglie di tradimento – di un’isolana. Costui, per vendicarsi fece da guida agli invasori. Fu fatto scempio della cittadina colta di sopresa, indifesa e addormentata, dal «barbaro invasore», molte le vittime, gli stupri, novecento i prigionieri trasportato sulla flottiglia dei pirati. Si narra che della presunta Elena carlofortina venisse fatto scempio da parte dei briganti su ordine e alla presenza soddisfatta del marito, il sedicente cornuto e certamente vendicatore che al termine delle violenze dette ordine che la sciagurata venisse data in pasto ai pesci. Voci maligne che circolano nei carrugi di San Pietro raccontano che in realtà, a guidare i pirati all’arrembaggio sarebbe stata una ricca famiglia Carlofortina, con l’intenzione di mettere le mani sui proventi del riscatto che avrebbe successivamente consentito la liberazione dei 900 ostaggi. Ma queste sono solo le voci dei carrugi, guai a farle cirocolare per il semplice motivo che vivono tutt’ora a Carloforte gli eredi di quella famiglia di presunti infami traditori. Voci che le folate del maestrale spazzano via e che lo scirocco, vento umido e appiccicoso, riporta nell’isola.

I prigionieri che non finirono ai pesci vennero condotti schiavi in Tunisia, qualcuno venduto in Algeria, mentre iniziavano cinque lunghissimi anni di esilio tra gli «infedeli». Cinque anni frenetici di trattative tra i vari Rais, Bey e un esercito di potenti e porporati di ogni terra. Dai Savoia ai vescovi, dalle mediazioni francesi ai tentavi della Santa Sede di ottenere aiuti nelle lontane Russie dallo zar Alessandro I.

Ok il prezzo è giusto

117 schiavi morirono durante la prigionia, gli altri poterono riacquistare la libertà solo nel 1803, quando finalmente si poté pronunciare, da una sponda all’altra del Mediterraneo, la classica frase: ok, il prezzo (del riscatto) è giusto, si renda a Carlo Felice di Savoia e all’isola di San Pietro la preda peglina. Non tutti i sopravvissuti tornarono a Carloforte, «10 femmine» rimasero «a Tunisi tra cui ricordiamo le gemelle Teresa e Francesca Rosso, quest’ultima andata in sposa a Mustafà Bey» e altri sventurati vennero venduti al Bey di Algeri. Chi tornò, riprese il suo lavoro ai remi delle galanze, alle saline – che oggi purtroppo non sono più in attività pur offrendo ancora rifugio e cibo a fenicotteri, garzette, cavalieri d’Italia abituati ai flash dei turisti – e alla pesca del corallo e del tonno. Pescarono e remarono, i peglini-tabarkini riscattati dai sardo-piemontesi, per tutto l’Ottocento, preparandosi a una nuova durissima lotta: la lotta di classe.

Oggi, Carloforte, Pegli e Tabarka sono città sorelle, anzi gemelle. Lo dicono i nomi dei carrugi e delle piazze, lo dicono i piatti, lo dicono le agenzie turistiche che nella stagione buona organizzano viaggi a Tabarka.

Carloforte è una metafora suggestiva. E’ un esempio di come l’intreccio di storie e culture e fedi diverse possa produrre un felice meticciato in cui le culture d’origine, invece di radicalizzarsi e combattersi, si migliorano.

- tratto da IL MANIFESTO – 18 Agosto 2005 -

Riferimenti: IL MANIFESTO

Gli Appuntamenti di Oggi

26 Agosto 2005 Commenti chiusi

SULCIS – IGLESIENTE

GLI APPUNTAMENTI DI OGGI

SANT’ANTIOCO – Cantori Sardi. Launeddas di Luigi Lai. Forte Sabaudo. Ore 20.30

SANTANTIOCO – CINEMA IN LAGUNA – Ray – Campo Esterno Palasport. Ore 21.45

CARBONIA – MARE E MINIERE – Parliamo di cinema : il regista Stefano Mordini e l’attrice Valentina Cervi presentano il film PROVINCIA MECCANICA. Piazza Marmilla. Ore 21.30

CARBONIA – Concerto dei BRON YAUR, che presentano il quarto album. Villa Sulcis. Ore 21.30

CARLOFORTE – Inaugurazione Mostra FOTOGRAFIE DI MINIERA. Locali delle elementari.

PORTOSCUSO – Mostra Fotografica “Portoscuso fra tradizione e modernità: i volti, le mani, i segni sul territorio”. Via Garibaldi.

IGLESIAS – Spettacolo di magia dei maghi dell’Associazione Eventi Speciali. Piazza Municipio. Ore 22

IGLESIAS – Sagra dei contadini. Degustazione dei piatti tipici di Iglesias. Oggi e domani, organizzata dal Rione Col di Lana e dalla Parrocchia Valverde.

FLUMINIMAGGIORE – Per la rassegna itinerante Teatro & Musica esibizione degli olandesi J-JO & FABOLOUS SPACE FLOWERS, cover band dall’anima rhythm’n'blues , nata negli anni ’80, propone un repertorio tra pop e rock con venature grunge. Piazza Salvo D’Acquisto. Ore 22

BUGGERRU – Mostra Fotografica. MINIERE E PASSAGGI DELLA SARDEGNA E DELLA BRIANZA. Fino al 2 Settembre

IL SONDAGGIO DELLA GAZZETTANTIOCHENSE

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