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ON THE MAGAZINES – La Carovana della solidarietà

11 Marzo 2006

RUBRICA : ON THE MAGAZINES

“On the Magazines” : la rubrica della GA che vuole ricercare e pubblicare tutti gli interventi sul Sulcis-Iglesiente pubblicati su giornali, riviste, libri, internet o altro.
Per vedere come il nostro territorio viene descritto e fotografato da “quelli che ci vedono da fuori”.

TRATTO DA www.carta.org

LA CAROVANA DELLA SOLIDARIETA’

Questa è la parte di un diario della Carovana organizzata dal Cric [www.cric.it, http://it.geocities.com/cricmed/, http://it.geocities.com/carovana2003/]. La Carovana è stata il momento culminate di un progetto triennale, Med 2000, per la creazione di una rete di economia solidale nel Mediterraneo.

di Michele De Fazio Romano

Perché da una nave
Si può anche scendere:
ma dall’oceano…
[A. Baricco - Novecento]

Viaggio di carovanieri, il nostro, mai fermi troppo in nessun posto. Abbiamo attraversato terre e mare per approdare sulla costa di un’altra isola, nel porto di Cagliari, in Sardegna. Viaggio strano questo, credevamo, per sentire questa nuova terra, di dover percorrere ancora tortuose strade sotto il sole, con soste all’ombra degli alberi, sul ciglio di paesaggi nuovi in lontananza. Invece, inaspettatamente, di colpo, la striscia nera di catrame è scomparsa, sparita, ingoiata dalla terra, sprofondata a centinaia di metri, inabissandosi nell’oscurità polverosa delle miniere di Iglesias.
Le miniere sono la storia di questi luoghi, le ricchezze seppellite in questa terra hanno attirato, dai tempi più remoti, l’avidità degli stranieri così come quella dei “continentali” che sono giunti e ripartiti, con navi cariche, alcune volte per non tornare più. Vite si sono consumate scendendo a centinaia di metri di profondità, illuminate da una debole luce, attenti ai gas ed alla morte in agguato nelle sue viscere. E quando tutto è finito, quando tutto si è voluto che finisse, a ripartire sono stati loro, i minatori che hanno abbandonato le gallerie, le coltivazioni, la via verso casa, lasciando i buchi nella terra che ingrassavano a chilometri di distanza. Miniere sono mondi sotterranei, vite sotterranee. Promesse lasciate cadere, veleno nel sangue, storie interrotte e partenze da una terra dove rimangono gli scavi, come bocche aperte, antri bui che parlano di passato.
Miniere sono volti scuri di polvere, colpi di tosse, voci. Sono le lotte dei minatori per difendere il proprio lavoro e con esso la propria vita. Sono il Sulcis e le tante, troppe battaglie lasciate cadere, senza speranza, da una logica di mercato che, troppo spesso, non tiene conto della vita di chi fagogita, ma preferisce qualcosa di lontano ed astratto, occulto e di pochi, fatto di profitti e di politiche economiche di cui non si denuncia mai un nome. Miniere sono l’oggi, quello che ne resta, sono i piccoli paesi intorno, le case, le famiglie, la gente, i giovani. Sono l’impegno quotidiano alla costruzione ed al recupero di una vita, di uno spazio, di un’alternativa. Sono il lavoro, la speranza ancora, la voglia di cercare la normalità di un’esistenza oltre i minerali, i montacarichi e la lavorazione. Sono la rivalutazione di tutto il territorio, la ricostruzione di una rete di rapporti che era stata spezzata, di una comunità disillusa e stanca di parole, nella scoperta, nella ricerca di altre vie da percorrere, ognuno la sua, ognuno insieme agli altri. E’ il calore di questa gente che ci ha richiamato riportandoci indietro dal profondo, la loro caparbietà che ha trasformato questi luoghi in luoghi diversi, battezzandoli per la seconda volta.
Nella sala che fu dei compressori adesso c’è un villaggio, vicino alle scale un mercato giusto, tra i ganci d’acciaio prodotti naturali della terra, tra ferro e plastica la capacità e la pazienza dell’artigiano e, poi, l’attività onnipresente e fondamentale di un gruppo di donne, i bambini delle scuole, noi con la nostra esposizione, c’è il dibattito, la programmazione futura, l’impegno sul territorio e la musica, da quella tradizionale sarda, con le sue danze e i suoi costumi a quella nostra. C’è il cibo, il vino, il fuoco acceso, le vie illuminate piene di gente allegra, i giovani ancora convinti che non si deve buttare via la propria energia ed i propri sogni nell’apatia disillusa dei pomeriggi al bar. Portiamo via, lasciando Iglesias, un ultimo saluto nelle sale rimbombanti di silenzio dell’ultimo minuto, portiamo via l’ospitalità con cui queste persone ci hanno accolto, il ricordo di una lunga tavola imbandita sotto gli alberi, tra amici, e di una cena, anche cantata, con queste persone così care. Portiamo via i discorsi seri e l’allegria, l’abbaiare dei cani, il sorriso dei bambini, i flauti, i saluti, i nomi, tutti i visi. Ed, infine, portiamo via un semplice mattone, fatto di argilla e di paglia, infilato in mezzo ai nostri bagagli, un primo mattone, mentre attraversiamo la bellezza di questa terra, il suo verde, le sue passioni, la sua lingua che si unisce alle nostre, viaggiando verso il porto di Olbia per imbarcarci ancora.
La nave scivola sul mare lasciandosi dietro la terra, la perpendicolare delle stelle, quell’isoletta laggiù, le ore della notte. La nave insegue le rotte, le rotte corrono da porto a porto, il comandante della nave veglia mentre il mare aspetta il giorno che quando si fa l’alba sembra quasi che respiri e sia una cosa unica, viva. Suoniamo. Ognuno ha il suo strumento, lo facciamo per parlare senza parole, per la gente che ci ascolta, suoniamo a bordo di una nave dove ci sono marinai, motori, signori, donne, giovani, passeggeri, stretti corridoi e cabine dove riposare cullati dal mare. E, al risveglio, davanti ai nostri occhi annebbiati ancora dal sonno, ecco, di fronte a noi, la terra.

Progetto Med 2000: per il Futuro Sostenibile del Mediterraneo

TRATTO DA www.carta.org

Riferimenti: CARTA

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