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Dalle viscere della terra l’eco dei suoni magici dell’isola

21 Marzo 2006


ATTUALITA’

Da tutto il mondo ospiti del Parco Geominerario storico e ambientale per firmare il patto fra cultura e miniera

DALLE VISCERE DELLA TERRA L’ECO DEI SUONI MAGICI DELL’ISOLA

Nel cuore di Pozzo Sella e Villamarina dove i solisti sardi si uniscono per la prima volta in un magico canto corale

Voci e suoni dal cuore della terra, anzi “Boghes e sonos dae su coro e sa terra” come si legge nel maxi-manifesto color seppia affisso all’ingresso della galleria Villamarina, pozzo Sella, cuore di Monteponi, aperta nel 1852. Voci che portano la Sardegna musicale nel mondo, all’Opera di Parigi a Saint Patrick di New York, da Francoforte a Sidney. Sul palco, col casco bianco dei minatori, c’è Elena Ledda, sacra come una vestale delle sette note in miniera, tra un “Duru-duru sia”, un “Deus ti salvet” e una pacifista “Nostra Sennora ‘e sa gherra”. E poi i tenores di Bitti nella formazione storica che intona canti invocando sentieri di pace, “caminos de paghe”, con Daniele Cossellu voce, Piero Sanna voce e mezzavoce, Mara Pira basso e Pierluigi Giorno contra.
Ascoltate in un antro sotto terra, al centro di una miniera che ha fatto la storia industriale della Sardegna, sono voci che coinvolgono. Danno anima al vuoto, al nero di questi abissi nuragici. Incantano e rapiscono. Il pubblico internazionale che li ascolta in underground è come fosse in estasi, silenzio profondo per apprezzare quelle voci gutturali che sono diventate patrimonio dell’umanità col sigillo dell’Unesco.
Concedere il bis è un piacere e un attestato di apprezzamento. Del resto ha dato il bis, anzi il ter anche l’Unesco: dopo la Reggia di Barumini scoperta da Giovanni Lilliu, il più moderno dei Sardus Pater, dal 2001 sono bene universale anche le miniere sarde e, da qualche mese, il canto a tenores voluto con intuizione creativa da Francesco Licheri quando era presidente dell’amministrazione provinciale di Nuoro.

Prima le voci e poi, in un crescendo da opera classica, i suoni. Arrivano dal patriarca delle launeddas Luigi Lai. Siamo alla stndin ovation. Mostra i suoi umili strumenti a fiato: altro non sono che canne palustri o di torrente, scelte una per una, nel Campidano di Oristano o lungo i greti dei ruscelli dell’Ogliastra, a mezza costa, tra mare e montagna. Luigi Lai le raccoglie con un falcetto, le fa seccare al sole in un giardino d’aranci, pratica i fori poi avvolge quelle canne con la pece, con un pò di cera d’api, deve creare l’ancia. E lui, l’artista, deve avere polmoni e guance come mantici ed emettere melodie. Mostra la canna lunga (su tumbu), quella di sinistra (mancisa), quella centrale o quasi (mancosedda). Alle sue spalle – in questa sala argani che sembra un piccolo teatro – si intravvedono le gabbie di ferro sulle quali ogni giorno iniziava e finiva la giornata dei minatori che scendevano sotto il livello del mare, e ci restavano ore ed ore prima di tornare in superficie a rivedere il cielo e la famiglia. Sembra una rivincita della storia. Dove il suono era quello dei martelli pneumatici, o quello delle pale meccaniche inventate a Montevecchio e Ingurtosu, o il boato delle mine che splodevano o il sordo battere dei picconi, oggi c’è un musicista che fa vibrare di emozioni i turisti-archeologi-industrialisti giunti da tutto il mondo. Mostrato lo strumento, il maestro Lai – protetto da un casco giallo – dà il via a una “Mediana pipia” che è la voce gioiosa della Sardegna. Bastano poche note, pochi attimi di musica etnica in sotterraneo e i piedi dei sardi si muovono come volessero ballare.
Gli stranieri si guardano attorno per capire dove sono nascoste le canne d’organo, dove sono gli altri concertisti, da dove giungono quelle cento sonorità e quelle note alte, amalgamate in un tutt’uno canoro. No signori, non ci sono canne d’organo, non c’è alcuna orchestra nascosta dietro le pareti di galena e blenda, dietro quella tramoggia gigante, dietro quelle ruote e quelle corde d’acciaio per gli ascensori degli operai del tempo che fu. No, qui c’è un solo uomo-orchestra giunto dal Sarrabus di San Vito, sotto il trapezio di monte Cardiga dove vedete fossili come monete (i nummuliti) a occhio nudo. Musica e storia, geologia e società, miti e cronaca da servire agli ospiti per un gala che farà storia.
Cerchiamo di vedere chi sono gli ospiti del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna e di due assessori regionali, Elisabetta Pilia e Concetta Rau, giunte a sigillare questo meeting di culutra e industia puntando al recupero intelligente di un autentico Continente di miniere. Dal Sulcis-Iglesiente percorre tutta l’Isola, da Arbus a Guspini fino a Buggerru col pozzo Amsicora e la galleria Henry, la galleria di Perd’e pibera di Gonnosfanadiga, quelle di Narcao e Villamassargia, il Sarrabus e il Gerrei, il bacino dell’antracite tra Seui Perdasdefogu e Seulo, le cave di talco di Orani sotto Monte Gonare, il capolavoro di Funtana Raminosa (“la miniera con la cascata”), i sentieri dell’ossidiana del Monte Arci sepolta da un manto di foglie morte, le cave galluresi, quelle della Cala Francese di La Maddalena col granito che ha edificato le colonne del Pantheon romano. E poi i giacimenti dell’Argentiera, quelle imponenti strutture in legno diventate tristi ruderi che attendono un’intelligente opera di recupero.

Per vedere (e studiare) questo patrimonio, il Parco geominerario (presidnete Emilio Pani), l’Associazione Pozzo Sella (leader Giampiero Pinna), il programma Cultura 2000 dell’Unione europea col placet del Ticcih (The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage – l’organismo internazionale per la conservazione del patrimonio industriale) hanno portato in Sardegna i più autorevoli studiosi del ripristino dell’archeologia industriale. Un tour per i siti dell’isola e per chiudere in bellezza il concerto. Tutti lì, sulle panche, a sentire “boghes e sonos”. Nelle prime file il leader del Ticcih Louis Bergeron, il massimo esperto minerario e industriale dei Cinque continenti. Ci sono Giovanni Luigi Fontana (Univesità di Padova e presidente dell’Aipai), i messicani Marco Antonio Badillo e la signora Belem Oviedo Gamez. Due ospiti dell’Asia e un africano con nomi difficili da proporre nella nostra lingua. L’Europa è al gran completo, proprio come vuole “Cultura 2000″ che tende a promuovere il dialogo e la conoscenza fra i popoli europei. Dalla Francia è giunta Odile Jacquemin e con lei il veneziano Francesco Calzolaio, il catalano Jaume Mantamala (guai a chi lo definisce spagnolo), la rumena Irina Iamandescu del ministero della Cultura (“mentre sentivo i tenores ricordavo molte tonalità della musica rumena”). La Grecia è rappresentata da Olga Deligianni anche lei del ministero della Cultura ellenica, il portoghese Josè Manuel Lopes Cordeiro, il consulente dell’Unesco Gianlupo Del Bono. Mettete con loro gli assessori regionali, il sindaco di Iglesias Pierluigi Carta, quello di Lula Maddalena Calia, il presidente della Provincia Pierfranco Gaviano, l’assessore della Provincia di Venezia Giuseppe Scabro e tanti neolaureati delle università sarde, piemontesi ed emiliane impegnati in un master di archeologia industriale. Il direttore del Parco, Luciano Ottelli, autore di due documentate pubblicazioni sull’Argentiera (Sassari) e Serbariu (Carbonia) si ricicla in esperto musicale con Maria Teresa Maiullari Pontois, con Jean Luis Pacitto, Massimo Preite e Irina Iamandescu. Franco Manca, presidente dell’Igea, con i suoi collaboratori fa da Cicerone a un gruppo di ingegneri minerari tedeschi giunti dai bacini carboniferi tedeschi. La sala argani è gremita. Domina un silenzio religioso. Tutti ascoltano e godono di queste note sotto una parete di roccia nuda che fa da cassa armonica, in mezzo a gallerie infinite che – qui a Monteponi – si sviluppano per oltre 250 chilometri di lunghezza, come la Carlo Felice da Cagliari a Portotorres.

Le poltrone del teatro-miniera sono panche gialle. Qua e là cadono gocce d’acqua, i caschi in testa a tutti gli spettatori riparano dalla pioggia intermittente. Telecamere e fotografi. Ragazzi e bambini. In prima fila c’è Virginia, bella bimba figlia di Elena Ledda. Guarda e ascolta la mamma che canta le ninne nanne accompagnata dalla mandola di Mauro Palmas, e poi quel brano che invoca la pace, il rispetto fra gli uomini, altri canti di festa e dolore. Ottavio Olita, giornalista Rai: “Quelli di Elena Ledda sono versi teneri e coraggiosi come quelli di Fizu ‘e mundu e delle dolci litanie del Rosario, il commosso ricordo di Sergio Atzeni in Mare mannu, la fortissima religiosità di Pregadoria e i giochi di parole e le filastrocche di Imbala”. Chissà perchè, ma sentita sotto terra Elena Ledda sembra sempre più elegante e carica di pathos, ci sono in lei Amalia Rodriguez, Joan Baez e l’eco di Maria Carta, ma c’è soprattutto la sua cifra musicale. Il catalano Matamala le si avvicina e le dice: “Ma lei è catalana, mi ricorda Maria Del Mar Bonett”. Ledda: “Abbiamo cantato insieme al festival di Nora, a Barcellone e in Santa Croce a Firenze”. Qualcuno propone alla Ledda il canto Des de Mallorca e l’Alguer con “le vele dei vascelli che si salutano a ponente”. Ma si sta facendo tardi. Sarà per un’altra volta.

Il gran finale è un unicum, un fatto di cronaca: per la prima volta in assoluto cantano insieme Elena Ledda, i tenores di Bitti accompagnati da Luigi Lai. Si unisce a loro la mandola di Mauro Palmas e attaccano col “Deus ti salvet Maria”. La prima strofa a Elena Ledda, la seconda (“Su Deus onnipotente”) a Daniele Cossellu. E’ un evento. La miniera fa il miracolo di creare unione fra artisti che si esibiscono da soli. Il canto si fa corale anche fra il pubblico, quello giunto da tutto il mondo in Sardegna per firmare un patto fra cultura e miniera, fra mare e montagna. Pinna, l’uomo-caverna di Pozzo Sella, cede gratuitamnete i diritti della sua Associazione al Parco geominerario che tenta di uscire dal buio, di spezzare catene burocratiche e politiche e restituire alla Sardegna e al mondo quel grande patrimonio che sono state le miniere. Traguardo non facile. Altrove nel mondo le miniere sono state messe in sicurezza prima dei sigilli alla produzione. Da noi i ruderi. Ma sono patrimonio dell’umanità. Per creare reddito in una regione economicamente fragilissima. L’esempio del master itinerante da Arbus a Villasalto, da Gadoni a Lula, lo ha dimostrato. L’esposizione itinerante del museo dell’arte mineraria ha fatto il resto. Occorre insistere, con metodo.

Giacomo Mameli
Da LA NUOVA SARDEGNA – 20 Marzo 2006

NELLA FOTO: Monteponi: Pozzo Vittorio Emanuele e Pozzo Sella, in una foto del 1875 (foto Archivio Storico Comunale Iglesias)

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