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Architetto, master, tra poco anche ingegnere. Ma per lavorare….

24 Maggio 2006

DISAVVENTURE DI LAUREATI

ARCHITETTO, MASTER, TRA POCO ANCHE INGEGNERE.
MA PER LAVORARE DOVRO’ LASCIARE LA SARDEGNA

di Laura Tuveri

La vita e gli studi di Laura Tuveri che da Carbonia pensa di non poter esercitare nell’Isola

Mio nonno era minatore nelle miniere di Sardegna, e quando nell’aula magna della facoltà di “Valle Giulia” a Roma, il rettore mi ha proclamata dottore in architettura, il mio pensiero è volato a lui, a quelle miniere, alla mia terra.
Avrei realizzato il mio sogno: lavorare nella mia Isola cercando di sposare l’armonia della natura con l’architettura, avrei potuto dire la mia.
Purtroppo però il mio entusiasmo si è scontrato con la triste realtà lavorativa sarda. Pochi mesi dopo essere tornata in Sardegna col mio diploma di laurea, sono rientrata a Roma, dove, con non poche difficoltà, ho cominciato a lavorare. Posso dire di esser stata fortunata, ho partecipato a progetti importanti (restauro di Palazzo Braschi a piazza Navona, restauro della Pinacoteca Capitolina, restauro di Casale di San Pancrazio di fronte a Villa Panfili, eccetera) per una grossa società d’architettura di Roma (“Risorse per Roma”). Ho lavorato in staff confrontandomi con colleghi architetti e ingegneri per più di tre anni.
La mia figura di consulente, però, non mi dava alcuna certezza e fra un contratto lavorativo e l’altro mi capitava, a volte, di dover cercare lavoro al di fuori di “Risorse per Roma”. È stata una di quelle volte che sono entrata a lavorare nello studio dell’architetto Vezio De Lucia, uno dei maggiori esponenti dell’urbanistica del nostro Paese. Abbiamo svolto, fra gli altri progetti, un’indagine sul consumo di suolo nell’ultimo piano regolatore di Roma, per la Soprintendenza ai Beni archeologici.
Del periodo di lavoro nello studio De Lucia, mi rimane in particolar modo, l’amicizia con Vezio, le riunioni a “Italia Nostra”, le discussioni e tutto ciò che ho imparato soprattutto a livello umano, da un architetto di un’altra generazione che io amo definire “un signore”.
Ho ripreso in seguito a lavorare per “Risorse per Roma” e contemporaneamente ho frequentato il Corso Nazionale di Bioarchitettura, dell’”Istituto Nazionale di Bioarchitettura”. Per le nozioni che ho appreso, sono stati mesi sorprendenti e in qualche modo sconvolgenti. La mia idea d’architettura ha assunto una diversa consapevolezza e il desiderio di lavorare in Sardegna, si è fatto sempre più insistente.
Alla fine del 2004, forte della mia esperienza, ho deciso di tornare. Mi sono iscritta alla Facoltà d’Ingegneria di Cagliari, dove sto per conseguire la mia seconda laurea e ho cercato lavoro invano, per quasi un anno. La mia preparazione è servita a poco, in quegli studi dove sono capitata non cercavano certo né la qualità né la professionalità. Ogni mio colloquio si è risolto con un: “noi cerchiamo persone appena laureate per fare un tirocinio”…traduzione: “noi cerchiamo persone che vengano a lavorare gratis e che possibilmente ringrazino per averne la possibilità”. Ho dovuto convincere vari amici a non prestarsi a questa sorta di ricatto e ne conosco tanti, che con una laurea in mano, vanno a fare i camerieri o qualsiasi altra cosa.
È passato un anno, un anno di periodici viaggi a Roma per poter lavorare e di colloqui, fra i quali quello con l’ingegner Salvatore Cherchi, sindaco di Carbonia, la mia città. Mi ha ascoltata e ha promesso che mi avrebbe dato un’opportunità, a me come agli altri giovani professionisti di Carbonia. Ha mantenuto la promessa. Insieme a un giovane collega, ho avuto la possibilità di progettare gli spazi per un nuovo polo congressuale, nel Parco Geominerario dell’ex miniera di Serbariu, all’interno di un progetto più ampio, di riqualificazione socio-economico, culturale e ambientale, che il Comune di Carbonia sta portando avanti, con la supervisione dell’ingegner Giampaolo Porcedda.
A questo, è seguito un altro incarico, ma la mia è sempre una condizione precaria, la mia come quella di tanti ragazzi, che hanno passato i trent’anni e che non possono permettersi di fare progetti per il futuro. Sono testarda, e questo mi spinge a rimanere, ma ho anche la mia dignità, che mi porterà sicuramente a decidere di andar via. Decidere, non scegliere. Una scelta presuppone un’opportunità, che la Sardegna difficilmente ci offre. Rimanere significa adeguarsi, accontentarsi.
Non credo che la mediocrità si addica ai sardi, siamo caparbi e fieri, discendiamo da un popolo di guerrieri e siamo abituati a combattere, ma purtroppo costretti a farlo fuori dalla nostra Isola, che ci ha dato caparbietà e intelligenza, ma che ci toglie ogni possibilità di poterle utilizzare.

Laura Tuveri
Tratto da SARDINEWS (anno VII – n. 1 – Gennaio 2006)

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Riferimenti: SARDInews

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