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OPINIONE – Storie ordinarie di giustizia all?italiana

21 Giugno 2006

OPINIONE

STORIE DI ORDINARIA GIUSTIZIA ALL’ITALIANA

C’è chi, come vada a finire, di amnistia o indulto non avrà bisogno, perché decide di andarsene, senza attendere i tempi della politica. Carcere di Iglesias, vicino Cagliari: un detenuto di cinquant’anni si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. L’uomo, si fa sapere, è stato trovato in possesso di un telefono cellulare custodito senza la regolare autorizzazione. E’ notizia importante? C’è una relazione con il suicidio? Non viene detto. Si sa che il suicida due mesi fa era stato trasferito dalla casa circondariale di Mamone, vicino Sassari. A Iglesias era stato sottoposto a regime di isolamento per due mesi. Una volta uscitone, dopo solo due giorni, si è tolto la vita. Avrebbe dovuto scontare solo un altro anno di pena. Evidentemente qualcosa (o qualcuno, chissà) lo ha convinto che 365 giorni di carcere erano troppo pesanti, e che meglio era farla definitivamente finita. La notizia è stata relegata in poche righe, su pochi giornali. E’ normale?

A Palermo, ora. La quarta sezione della Corte d’Assise ha condannato a undici anni per traffico internazionale di droga Matteo Romano. Quasi certamente l’imputato – sul cui capo pendevano accuse che vanno dall’associazione mafiosa al traffico internazionale di droga – è colpevole e merita la pena che gli è stata inflitta. Secondo gli investigatori Romano avrebbe, tra l’altro, fatto parte della cosca che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta trasportava fiumi di droga da Palermo agli Stati Uniti. Non è su questo che si vuole richiamare l’attenzione. Il fatto è che Romano era uno dei 1400 presunti boss e gregari messi alla sbarra da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino più di vent’anni fa. Nel frattempo Romano si era rifugiato negli Stati Uniti, dove è stato arrestato, sempre per traffico di droga. Solo che lì sono stati molto più rapidi: processo e condanna, e detenzione che si sta scontando in un carcere della Pennsylvania. Ci saranno senz’altro ottimi motivi per “giustificare” la lentezza dell’iter processuale. Resta il fatto che sono trascorsi vent’anni, e non è finita: l’avvocato di Romano presenterà appello. E’ normale?

E’ normale che il tribunale di Roma vada in tilt perché manca la carta? Chi ha un amico francese, inglese, tedesco, americano, sa che nel tribunale della capitale non si rilasciano certificati e sentenze, si decreta lo stop ai fax, gli avvocati sono costretti a portarsi da casa le risme da studio; e il presidente della Corte d’Appello firma un comunicato dove si legge: “A seguito del mancato rifornimento della carta le cancellerie si trovano nell’impossibilità di proseguire la propria attività”. E i sindacati del personale del tribunale dicono: “Alcuni impiegati non potendo fornire gli atti fotocopiati sono stati minacciati di essere denunciati. La causa di questi disservizi è da ricercare nei tagli insensati del Ministero”. E’ normale?

I familiari di Rita Guzzo, una ragazza che si trovava a bordo del DC-9 Itavia che il 27 giugno 1980 esplose sul cielo di Ustica, saranno risarciti con 123 mila euro. Lo ha deciso il tribunale di Palermo, stabilendo che il ministero alle Infrastrutture e trasporti dovrà pagare. Ci sono voluti ventisei anni. E’ normale?

Sentenza della Corte di Cassazione: è reato dire a qualcuno “impara a lavorare”. La Corte di Cassazione, infatti, equipara l’espressione all’ingiuria e precisa che il termine “ha valore deciso della dignità professionale”. In base alla classificazione che la Cassazione dà al termine, è stata resa definitiva la multa per il reato di ingiuria inflitta a Maria G., una signora di 28 anni di Termini Imprese, che aveva rivolto la frase “impara a lavorare” alla ginecologa incontrata per strada, per redarguirla delle prescrizioni, a suo dire “errate e smentite da un altro medico”, che le aveva dispensato durante la gravidanza. Multata dal tribunale di Termini Imprese, nel febbraio 2005, Maria G. ha protestato arrivando fino alla Cassazione, sostenendo che non aveva fatto altro che esercitare un “legittimo diritto di critica”. La quinta sezione della Cassazione ha respinto il ricorso, sottolineando che “la locuzione assume valore lesivo della dignità professionale” della persona a cui è stata indirizzata. Quanto poi al legittimo esercizio del diritto di critica, si rileva che “nei delitti contro l’onore è sufficiente un dolo generico, bastando che chi agisce faccia consapevolmente uso di espressioni interpretabili come ingiuriose”.
Tre gradi di giudizio, magistrati, cancellieri, funzionari a vari livello impegnati per stabilire se “impara a lavorare” sia o no, reato punibile e come. E’ normale?

Vero è che si vive nel paese di Alice: dove tutto è rovesciato, e anche il diritto, ovviamente, è rovescio.

Gualtiero Vecellio
da L’OPINIONE.IT

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