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SPETTACOLI – Lorenzo, rap e brividi

7 Agosto 2006


SPETTACOLI

LORENZO, RAP E BRIVIDI
Jovanotti incanta il pubblico nell’ex miniera di Serbariu: due ore e mezzo di concerto tra vecchi e nuovi successi. Cinquemila in delirio.

Di notte le parole scorrono più lente e il rap entra nelle vene. Anni Novanta. C’era Rimini e luci stroboscopiche, allora, e i dischi che giravano sui piatti. Un ragazzetto con la faccia pulita e il cappellino al contrario a far agitare anche e braccia. Jovanotti sembra lo stesso deejay d’un tempo, con le rughe e i pantaloni larghi a raccontare la storia della gente della notte, che è sempre la stessa a caccia di brividi e sipario coi cornetti caldi. Stanotte, davanti al palco di Serbariu, sarà il cielo nero e il maestrale e lo sfondo scuro delle miniere, potrebbe durare fino all’alba.

C’È QUI la tribù che balla, magliette e cappellini, canottiere e la fronte che gocciola, ragazzette e tanti nostalgici, pestano i piedi, sulla terra color fango. E il sudore si mischia alla polvere, Jovanotti impasta brividi, suoni duri e ombelichi del mondo. Si apre il sipario a Serbariu, sui grandi schermi appare la scritta: “L’Italia ripudia la guerra”. Per questo canta Il mio nome è mai più, a suo tempo condivisa con Ligabue e Piero Pelù. La linea d’ombra e Jovanotti è sempre lui, Meno sereno d’un tempo ma non per questo stanco: ha le rughe e i pantaloni che strisciano per terra, i capelli corti e la barba rada. C’è energia e poche parole ché stanotte non servono. Lorenzo, jeans e sciarpa celeste al collo, si lancia occhiate con Saturnino, sempre uguale anche lui, compagno di concerti e stagioni, di dischi buoni, picchi e anche cadute. Il resto della band è cambiato rispetto ai vecchi tour, ai tempi del tour dell’Albero del 2002 che fece tappa a Cagliari: ora c’è il blasonato Mylious Johnson, osannato negli Usa, il percussionista Jorge Bezeera Junior, Riccardo Onori alla chitarra, Frank Santarnecchi alle tastiere. Altra notte, questa, due ore e mezza di energia: medley in serie che sanno di amarcord e piadine e Lorenzo da Cortona che ha studiato sulle nuove sperimentazioni e non cede più a appelli e discorsi. Il palco è maestoso, schermi giganti, le luci muoiono a tratti. L’inizio è esplosivo, la tribù balla. Cinquemila, suggerisce l’occhio. E un pezzo d’Isola inedito si prende una parte dei riflettori, l’ex miniera tutta gru e tunnel oscuri è un incanto ma è meglio della Fiera. Il dee jay che non va a dormire prima delle sei, ha quasi quarant’anni, e sforna ancora tormentoni. Pulsa la sua anima rap: apre il concerto con Tanto 3 e incanta la platea. Poi a seguire i suoi successi più recenti come Mi fido di te, Bella. Cappellino e scarpe da basket, il nuovo credo viene fuori da Coraggio : «Questo è un posto selvaggio. Miracolati ciarlatani, star di domani, progettisti di bluejeans, creduloni di ogni razza e fede. Passaggi acustici e vecchi ritornelli, versioni inedite di Piove e dell’Ombelico del mondo. E bastano poche note per riaccendere i brividi: lui dice di non vedere l’ora che la storia vada avanti «per diventare il rapper più anziano d’Italia». Applausi scroscianti, ovazioni acclamanti, tutti a pendere dalle labbra del protagonista, mentre la di lui band – Saturnino in primis – praticamente corre con gli strumenti addosso: fitness a Serbariu, con un impegno degli strumentisti che non ha molti parametri di paragone nel panorama musicale nostrano. E il groove? Sudato pure lui, faticoso (da suonare saltando) ma mai faticato, morbido ed autoappagante, senza cedimenti all’autoreferenzialità. Di virtuosi dello strumento si tratta, ma qui la virtù è far ballare: buon sangue non mente. Il Jova tira le somme fra longitudini e latitudini sonore che lo hanno portato a farsi piacere la musica africana, l’underground londinese, le sonorità rock più semplici e dirette. Tutti i pezzi vengono sciorinati, tutti squisitamente equilibrati tra ciò che ci si aspetta da sotto il palco e ciò che invece stupisce per la novità dell’arrangiamento live: brano camuffato, che poi erompe. Il massimo, per un fan. Serata «bella come un abbicì, come un lunedì, come una vacanza dopo un anno di lavoro».

Viviana Devoto
Tratto da IL GIORNALE DI SARDEGNA – 5 Agosto 2006

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