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Tappeto di missili, bombe e granate: il dossier per disinnescare Teulada

24 Novembre 2006


ATTUALITA’

TAPPETO DI MISSILI, BOMBE E GRANATE: IL DOSSIER PER DISINNESCARE TEULADA
Servitù militari. I risultati dello studio del Cnr, commissionato dalla Difesa, sulla bonifica del poligono

La difficoltà: «Ordigni di ogni tipo difficili da individuare e a forte rischio deflagrazione»

A Teulada, quasi quasi, è pericoloso pescare pure con canna, lenza e verme. Se va male il rischio non è tirar su una innocua scarpa vecchia: nella migliore delle ipotesi ci si trova tra le mani una bomba da mortaio (lunghezza 35-90 centimetri per 8-12 di larghezza); il bottino peggiore sarebbe una bomba d’aereo (da 180 a 400 centimetri di lunghezza per 30-50 di larghezza).

È TUTTO SCRITTO in un rapporto del novembre 2005, stilato dal Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), commissionato dal ministero della Difesa. Il titolo è: ?Studio per la riduzione dei vincoli permanenti nell’area marina di Capo Teulada?. Una ricerca dettagliata sui fondali della costa sud occidentale della Sardegna, legata all’attività dei pescatori, che porta a una conclusione che mette poca allegria: ripulire il mare dopo quarant’anni di esercitazioni è un’impresa titanica, complessa, costosa e senza certezza di riuscita.
«Un’operazione di bonifica di parte dell’aria per restituirla alla piena fruizione», dice il rapporto, «si presenta tecnicamente complessa e richiederebbe la disponibilità di una nave equipaggiata con sistemi di eco-localizzazione (Multibeam, SideScanSonar, magnetometrigradiometri) per procedere alla localizzazione e quindi alla rimozione di tutti gli ordigni inesplosi». Insomma: non bastano maschera, pinne e boccaglio perché, si legge ancora, «la presenza di una densa prateria di posidonia oceanica su parte dell’area fino alla profondità di 20-30 metri, rende impossibile l’individuazione degli ordigni presenti con una semplice ricognizione mediante veicolo subacqueo munito di telecamera: le fronde della pianta impediscono la visione del terreno sottostante e di eventuali ordigni. Che, inoltre, potrebbero essere più o meno ricoperti dal sedimento». Disinnescare Teulada è un’operazione lunga, difficile e molto, molto costosa. Conclusione che ha però un’altra faccia: proprio per le difficoltà che presenta, la bonifica può essere effettuata solo se si ha la sicurezza che i militari lascino il poligono, altrimenti sarebbe provvisoria, quindi inutile.

PER TIRARE LE SOMME il Cnr ha chiesto alla Difesa tipo e calibro delle armi sparate. Un allegato al rapporto descrive sagome, dimensioni e caratteristiche degli ordigni. E si scopre che adagiati sul fondo del mare di Teulada ci sono armi, esplose, innescate, inesplose e pericolose, di ogni tipo. Proiettili razzo, lunghi dai 50 ai 90 centimetri e larghi tra i 10 e i 12; spezzoni d’aereo, lunghi 50 e larghi 10; razzi, che vanno da 60 a 180 centimetri di lunghezza per 7-12 di larghezza; bombe d’aereo di ogni tipo, anche di quattro metri. E missili di ogni dimensione e potenza, tutti accuratamente schedati. Oggetti posati sulla sabbia che con facilità estrema possono impigliarsi nelle reti dei pescatori, cozzare contro le ancore. «I pesci o qualsiasi altro oggetto che entra in contatto con la rete», dice il rapporto, «restano intrappolati nelle maglie. La presenza di pinne con raggi spinosi nei pesci, come la presenza di alette direzionali nelle bombe e nei razzi, facilitano l’ammagliamento nella rete (….). Se le operazioni di salpamento si svolgono con mare mosso, i movimenti di rollio del peschereccio faciliterebbero l’urto contro la fiancata». Con botto conseguente. Non solo: «Anche l’ancoraggio di imbarcazioni o il loro approdo sulle spiagge comporta rischi», dice ancora il Cnr, «in quanto l’urto malaugurato dell’ancora o della chiglia su un ordigno inesploso potrebbe produrne la deflagrazione».
Un tappeto esplosivo che, in caso di dismissione, deve essere ripulito. Il sottosegretario alla Difesa Emidio Casula ha rallentato sulla liberazione del poligono, il presidente della Regione Renato Soru ha rincarato la dose: dopo Cagliari rivuole Capo Frasca, La Maddalena (della quale si è parlato ieri a Roma, ma la seduta è stata aggiornata), e Teulada. Resta il dilemma su chi debba ripulire i fondali: ma questo potrebbe essere il prezzo da pagare per riappropriarsi di un altro pezzo di Sardegna.

( Enrico Fresu – da IL GIORNALE DI SARDEGNA del 24/11/2006 )

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