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I pastori sardi: «Strangolati dalle banche»

26 Ottobre 2007

«Siamo la più grande emergenza economica dopo Parmalat»

I PASTRI SARDI: «STRANGOLATI DALLE BANCHE»

Le Aziende agricole falliscono: un bluff i mutui agevolati. E Beppe Grillo sostiene la protesta


DECIMOPUTZU (Cagliari)
– Maledetta primavera, l’88. Salvatore Murgia e sua moglie un lavoro ce l’avevano, nell’88. Vivevano a Milano. Riparatore di caldaie lui, infermiera lei. Stipendi, tredicesime, qualche sfizio. Anche sei ettari di famiglia giù in Sardegna, a Decimoputzu: «Quella primavera stavamo qui in vacanza e vedevamo le pubblicità: sardi tornate, venite a investire! Un affare, dicevano. Ci siamo cascati». Sembrava facile: l’agricoltura in tutta Europa crollava, ma sull’Isola dei Fumosi soffiavano negli occhi e promettevano che no, qui il futuro era l’aratro. Anzi, le «strutture in ferrovetro ». Che poi erano le serre: da coltivare a fiori, a carciofi, a pomodori, a piacere. Ne spuntavano dappertutto: un metro quadrato, 50 mila lire nette di guadagno. Provare per credere. Salvatore e sua moglie tornarono. Ci provarono. Ci credettero. Con 80 milioni di lire: un prestito agevolato della Regione, bassi tassi, le banche a sfornare studi di fattibilità, e vai con la serra.

Vent’anni dopo, le serre del Cagliaritano sembrano Mostar quando vi passò Mladic: ferro rugginoso, vetri in frantumi, orti di sterpi, dov’erano i roseti abbaiano i cani randagi. I Murgia a occupare la sala comunale di Decimoputzu. Un lenzuolo a spray rosso che penzola dalla finestra: «Blocco delle aste subito!». Una tenda blu nella piazzetta davanti: «Agricoltori e pastori, su la testa!». Lui quasi settantenne in carrozzella, colpa di un’ischemia cerebrale. Lei da venti giorni a fare la squatter e lo sciopero della fame, colpa del crac. Perché il finanziamento della Regione era un bluff. E le banche si sono prese il terreno, 62 mila euro all’asta. E i Murgia, come altre 7.500 aziende che ci hanno provato, come altri 45 mila sardi che ci sono cascati, oggi devono pagare 460 mila euro d’interessi. Una mostruosità: «Mio marito – racconta lei – si vergognava così tanto che per un po’ mi ha nascosto tutto. Voleva separarsi. E non mi diceva il motivo: era l’angoscia di trascinare anche me in questo disastro ». Il popolo dei senzaserra è una bomba sociale. Illusi prima, pignorati poi: 700 milioni di euro da restituire, interessi al 30 per cento, 25 mila famiglie sul lastrico.

Due misteriosi suicidi in una cooperativa di giovani. Emigrati in Germania che rimpatriano e si bruciano una vita di risparmi. Possidenti terrieri che ora cenano a pane e insalata. Pastori che ruminano rabbia. Allevatori che mungono debiti. «Siamo la più grande emergenza economica dopo la Parmalat», dice Riccardo Piras, il portavoce, che aveva una stalla modello e ora ha due milioni di rosso. Sono il Sulcis del 2000: hanno formato un comitato di lotta e invitato la Bbc, la prossima settimana protesteranno a Montecitorio, hanno perfino una dializzata fra i digiunatori a oltranza. Il sindaco di Decimoputzu è un berlusconiano, si chiama Gianfranco Sabiucciu, ma sabato scorso era pure lui a Roma, in corteo con la sinistra radicale: «Il nostro è un paesino di 4 mila abitanti: con assegni da 30 euro al mese, assistiamo 80 famiglie che non sanno cosa mangiare». In prefettura ammettono che «la situazione è esplosiva». Le mani prudono. Nessuno s’è stupito che ci fosse un allevatore di Decimoputzu, qualche settimana fa, nel feroce assalto alle Poste di Pula: le rapine qui sono raddoppiate, dice Piras, e qualcosa vorranno dire le lettere minatorie che lui stesso ha ricevuto, le serre incendiate agli scioperanti, il proiettile trovato in municipio, gli esattori dei crediti con scorta armata, le minacce agli «sciacalli» che si presentano alle aste, le assemblee coi sindacalisti di Soccorso Contadino che invocano «un po’ di piombo per risolvere la faccenda in stile Chiapas».

Non basta un Marcos, a risolvere. Ma nemmeno un Pratolini. Perché ora la fregatura è orfana ed è come nel «Metello », dove tutti scaricano. Qualche tappa va ristabilita, invece. In principio ci fu la legge regionale 44 del 1988, la madre di tutto il disastro, quella che promise mutui agevolati a chi ci cascò. Poi, arrivò la tegola del 1997: la Commissione europea che bocciava la decisione regionale, «illegale», e ordinava ai contadini la restituzione dei soldi. Quindi, seguirono le inerzie dei politici, le ratifiche dimenticate nei cassetti, le banche sorde a ogni accordo. Fino a oggi, a Eugenio Mata che a 60 anni dice «non so più neanche quanto devo d’interessi, perché in banca non ci metto più piede». Antipolitica, antifinanza.

La causa è già benedetta da Beppe Grillo, che ha promesso di venire qui a novembre e d’unirsi allo sciopero per la fame, «sapete che ne ho molto bisogno», con un attacco al «silenzio» del governatore regionale Renato Soru («a cosa servono le Regioni se non tutelano queste battaglie?») e al Banco di Sardegna, che è fra i creditori principali e «di sardo ha ormai solo il nome» (pur essendo amministrato da un amico di Cossiga, dal 2001 è sotto il controllo del Banco Popolare dell’Emilia Romagna). Anche il Pdci – Oliviero Diliberto è di Cagliari – chiede al centrosinistra che interessi ci siano in ballo: «C’è stata in passato una responsabilità della Regione e anch’io ho avuto scarso successo nell’occuparmene – riconosce il governatore Soru -. Però la responsabilità prima non è delle banche: è di un’impresa che non ha funzionato ». Dice Piras: «Ci sono connessioni inquietanti fra banche e politica. Abbiamo fatto un esposto alla magistratura. L’hanno già archiviato. Ci mandino almeno un commissario speciale, come Bertolaso per i rifiuti in Campania. Fermino le aste. Riportino gli interessi al 3 per cento. E sblocchino i 60 milioni d’indennizzo che ci spettano, per farci respirare. Siamo Europa o Far West?». Ballare coi lupi. Ogni tanto ci pensa anche Rudolph, europeo tedesco di Raesfeld che abboccò e in questo Wild West venne a coltivare serre di crisantemi: ha perso cinque milioni d’euro, maledice «una terra dove affari e politica si mischiano in uno schifo ». L’ha presa male. Peggio di mister Hu. L’ultimo arrivato. Che ha chiuso. Ha riaperto. Ha richiuso. E ora lascia che in piazza lo sfottano: «A Decimoputzu non si scappa: falliscono anche i cinesi».

Francesco Battistini

(tratto da http://www.corriere.it/)

 

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